martedì 16 gennaio 2018

Decalogo dell'orco. Ovvero, 10 doti che al mio orco ideale non possono mancare.

Nello scorso post, ho dichiarato di non essere una principessa. Questa, è un’affermazione talmente vera, che mia figlia Virginia, anni 5, sgrana gli occhi in una smorfia di disgusto alla vista del colore rosa o di una qualunque delle Disney Princess. Lo so, che dentro, segretamente, sogna di essere Elsa di Frozen, ma il bisogno di assomigliare a mamma, è talmente forte che rinuncia volentieri ad essere una principessa. O, come fa piacere pensare a me, magari si fida talmente tanto del mio punta di vista che, se a mamma le principesse non la entusiasmano affatto, allora chi se le fila! Oh, che poi avrà tutta la dannata adolescenza per fare il bastian contrario. Zitte va, lo so da me, ripetiamolo insieme: Virginia è un essere umano distinto da te, se vuole essere una principessa, lasciala vivere il sogno, ma scusate, che male c’è a spingerla verso un modello più come dire? Cazzuto. Presidente della Repubblica, per dirne uno. Che poi bimbe, il problema delle principesse, glissata tutta la questione vestiario, acconciature e canzoncine, è il principe. Giovane, bello, occhi color cielo, calzamaglia, forte, generoso e, ultimo ma non per importanza, anche nobile. Ma che due palle! Ma a chi lo volete dare questo debito? No, grazie. A me datemelo adulto, affascinante, occhi color carbone, forte quello sì, ma che abbia soprattutto una forte, fortissima personalità, di quelle titaniche. Uno che sappia come sopravvivermi, che non si aspetti che io gli faccia da mamma, moglie e fidanzata. Il fatto è che ci ho già provato. Non mi interessa. Generoso sì, ma non fesso. Nobile? Ma anche no, a chi lo volete dare lo stress del protocollo? No, davvero i principi teneteli voi, a me datemi un orco. Bruto, brontolo e che sia mio, tutto mio. Uno con una palude simile alla mia. Una palude a numero chiuso, per intenderci. Uno che, quando ci vedi insieme, pensi: -“Guarda lì che snob quei due! Ma che stronzi!” e più lo pensi, più noi ridiamo perché in realtà non siamo snob, siamo solo molto selettivi e, abbiamo vissuto abbastanza per essere liberi dall’obbligo sociale del volemose tutti bene.
Un orco, voglio un orco. Di principi ho fatto vere e proprie scorpacciate, li ho trovati sempre indigesti tutti intrisi del loro ridicolo narcisismo. Meglio un orco, di quelli che ti restano appiccicati per un tempo più o meno lungo quanto il per sempre. Avete presente? Di quelli che non li senti in un unico punto preciso del corpo. Si dice che quando si è innamorati, si avvertano le farfalle nello stomaco ed è vero. Chi di noi, non ha, almeno una volta, avvertito quella sensazione di vuoto allo stomaco? Con un orco, amiche mie, è ben diverso. È una sensazione impossibile da definire in un punto definito, perché è talmente travolgente, da prenderti contemporaneamente cuore, stomaco, gambe, utero, olfatto e, ahimè, testa. Allora ho pensato, okay, già questa storia delle sensazioni mi può aiutare a non sbagliare, ancora. In fondo, un principe non potrebbe mai e poi mai provocare un uragano simile perché, se il suo karma è salvare le damigelle, allora, sarà geneticamente impossibilitato a travolgerle. Ed è vero. Voglio dire, mi pare logico, ma allora, come faccio a capire qual è, l’orco giusto per me? Non basta mica che sia brontolo, o rischi di trovarti con un nano di Biancaneve tra le lenzuola. E, analogamente, non è che puoi chiedere il curriculum vitae sentimentale a tutti quelli che incontri. Magari si potesse.
-Per quale posizione ti candidi?
-Principe azzurro.
- Il conto, prego.
O scene di questo tipo:
-Leggo sul tuo curriculum che tra le esperienze passate indichi fidanzate con tendenze materne?
Smorfia di disgusto. E la telecamera mi vedrebbe scappare via senza nemmeno arrivare al dolce.

Così, mi è venuto in mente di stilare, il mio decalogo dell’orco. 10 doti che al mio orco ideale, non possono proprio mancare. In ordine decrescente, anche se, nella realtà dei fatti, 10 vale 10.

10) Deve avere gusto. Un uomo che non sa vestire, è un uomo che non ama il bello. Un uomo che non ama il bello, non ama l’arte. Un uomo che non ama l’arte, non ama la vita.
Keats diceva: “Beauty is truth, truth beauty. – That is all Ye know on earth and all Ye need to know”.
9) Deve essere onesto, anche quando rischieremo di odiarci. Lo so, starete pensando e che ci vuole? Ma la verità è che l’onestà, non è mai una dote universale, né univoca. Non siamo mai, brutalmente onesti, in egual misura, con tutti. Vorrei un uomo così sicuro del mio amore e del suo amore da dirmi :- “Michela, fermati, ci stiamo perdendo”. Sarò stata particolarmente sfortunata, ma non ne ho mai incontrato uno. Alla fine di ogni mia relazione, sono, sempre, cascati tutti dal Pero. Ma sono, sempre, state enormi balle le loro. Io, non esplodo mai all’improvviso, sono logorroica a livelli patologici, se sento che mi stai perdendo, non esiste possibilità alcuna che non te l’abbia detto in, almeno, cento modi diversi.
8) Deve amare musica buona e, per buona, intendo quella che ascolto io e deve amarla dal vivo. Insomma, ho sposato un uomo che ascoltava Massimo Ranieri e acquistava su iTunes la compilation di Sanremo. Sapete ormai tutti come è finita. Voglio dire, gli voglio un gran bene, è il migliore papà del mondo, ma di musica non capiva un cazzo. Per fortuna, oggi, anche sua figlia si occupa della sua educazione musicale. Non è colpa sua. Sono cresciuta con il poster di Kurt Cobain sul letto. Avrei dovuto saperlo. Siamo ciò che amiamo. Stessa storia per il cinema.
Caro orco, se non ti piace Almodóvar, se non piangi almeno un pochino quando Penélope Cruz canta Volver; se Pulp Fiction non è un film con i controcazzi, non disturbarti a conoscermi.
7) Deve amare la lettura, forse, più della musica e, deve amare, sentire me parlare della letteratura come il Papa parla del Signore, la stessa foga, la medesima devozione. Deve voler trascorrere un’intera notte con me, mentre, tra un amplesso e un altro, gli leggo le poesie di Sylvia Plath e sì, è morta suicida e no, non è deprimente. ( E, Marina, per fortuna non sei uomo, o avremmo avuto un problema, Houston ndr)
6) Deve ridere come un cretino alle mie battute, ai mille link deficienti che mi invia la mia Giulia che io posso decidere o meno, di inoltrargli. E, deve commentarli. È un dovere dal quale non può esimersi.
5) Deve amare il cibo etnico, ma concordare che il cinese è sempre il migliore, che il giappo fa solo più fighi. Mi deve far assaggiare il vietnamita che non ho mai provato, ma alla fine deve convenire con me: il cinese è sempre il cinese.
4) Deve condividere, supportare e placare le mie turbe alimentari dai cibi alcalini passando per l’idiosincrasia verso McDonald e deve comprendere la mia ipocondria.
3) Deve stupirmi. Ogni, singolo, giorno. Mi deve tenere sulla corda. Deve sfidarmi senza temere di perdere. Deve lasciarmi essere chi sono, con tutto il mio enorme bagaglio di conoscenza senza farmi sentire in obbligo di fingere di non sapere qualcosa, per non ferire il suo ego. Deve volermi vedere risplendere nel mezzo della mia conoscenza. Deve volermi nella sua squadra, sempre perché a volte impari e, a volte, insegni e il bello è tutto lì.
2) Deve avere il sorriso più genuino, aperto e naturale del mondo perché, lo vorrò vedere ogni dannato giorno, anche mentre staremo litigando e gli dirò - ma che ridi a fare? In realtà, sarò felice di vederlo ridere. Il suo sorriso, dovrà essere la mia ancora, il punto fermo a cui far ritorno. No, anzi, dovrà essere ciò che non vorrà mai farmi andare.
1) Deve essere un cazzo di uomo di cultura con un cervello strepitoso, che ti faccia venir voglia di strapparti le mutande ogni qual volta, apra bocca.

Lo so, un orco così esiste solo nella versione BBC Wales di Sherlock Holmes perché, amico orco, se non possiedi il vocabolario, l’intelligenza e il carisma di Benedict Cumberbatch, è davvero difficile che io mi innamori di te, ma la buona notizia, è che il mio è un progetto a lungo termine. Non ho più voglia di bruciare, per questo, ti voglio regalare quello che non ho mai dato nessun principe passato da queste parti.
Nelle favole, ci hanno abituate che alle principesse prendono il cuore. La loro forza, la loro purezza, di norma, risiede lì, nel cuore, la casa del vero amore. Fortuna, che abbiamo appurato che io non sono una principessa, anche perché il mio cuore, è parecchio mal messo. Io ti voglio regalare il fulcro di me, il mio cervello, la cosa più cara che ho. In ogni sua sinapsi. Voglio prenderlo e metterlo nelle tue mani, non perché io creda che tu debba proteggerlo, a quello ci penso benissimo da me, ma perché voglio goderne con te. Voglio prendere il mio cervello, unirlo al tuo. Fonderli in un’unica mente e ridisegnare infiniti mondi, con te.
Voglio che tu beva da me, che mi usi come tua sorgente di curiosità.
Voglio darti la verità, sempre. Perché la verità ci rende liberi e io, voglio essere libera insieme a te. Voglio regalarti il lusso di sopravvalutarci, senza mai doverti ricredere.
Voglio essere il tempio della tua forza al quale far ritorno, ogni sera per meditare.
Voglio essere la risposta ai tuoi perché.
Voglio, infinitamente voglio, essere l’ultima che bacerai.
Quella alla quale offrirai per sempre da bere.

domenica 14 gennaio 2018

Dalla mia palude, alla tua. 7 momenti in cui credevo di aver bisogno di un uomo e poi ho scoperto, ma anche no!

“Quando hai bisogno di un uomo, non c’è mai”. Se sei donna e vivi da sola, sai di cosa parlo.
La prima volta che in casa scatterà il salvavita, penserai che questa cosa dell’indipendenza, non fa per te. Penserai, papà dove sei? Oppure, fidanzato, o ancora, ex marito o, forse, convivente dove sei? Chiamerai un qualsiasi uomo di tua conoscenza e lui, ti dirà che è scattato il salvavita; allora, tu penserai nell’ordine: cosa è un salvavita? E, soprattutto, dove cazzo è il salvavita? A quel punto, scoprirai di avere un quadro elettrico in casa, bypassalo pure perché lì non succede mai nulla di utile, poi mi dirai se ti capiterà almeno una volta, quando il phon fa staccare il contatore e sei in asciugamano in bagno, con una temperatura ambientale percepita di 30 gradi, di riuscire a risolvere la questione con il quadro domestico o, piuttosto, non dovrai scendere mezze ignuda tra la scale, dove la temperatura percepita sarà, invece, -4. Ogni, singola, volta. Ecco, una volta al quadro generale dei contatori, scoprirai che ce ne sono due; uno più grande e uno più piccolo. Entrambi ti appartengono, vedi? C’è il tuo nome. Entrambi, hanno a che fare con l’elettricità, sembra. Respira, non è un caso da filo rosso o filo giallo con relativa esplosione. Perfino Macgyver, non potrebbe fare nulla di più, di ciò che stai per fare tu. Non perdere tempo a chiederti cosa serva a cosa, dove trovi la levetta abbassata, alzala e corri, prima che Freddie Kruger esca dal sottoscala. Sì, perché, ovviamente, i contatori non sono mai in bella mostra. Che ne so io, in una bacheca con una mega insegna CONTATORI! No, devi sempre scendere alle catacombe del tuo palazzo, dove, già ti immagini viva una colonia di ratti transgenici democraticamente organizzati in una monarchica Repubblica con Donald Trump come Presidente. In ShitHole We Trust.
Insomma, bimba, prima regola per vivere da sola: TUTTI GLI ELETTRODOMESTICI CHE GENERANO CALORE, non possono essere accesi in contemporanea. O ti asciughi i capelli, o avvii la lavatrice. Il Medioevo proprio, lo so.
È vero, non c’è un uomo nel raggio di un chilometro, ma la buona notizia è che non ne hai bisogno. Io sono andata a vivere da sola con una bambina di 5 anni e un cane petomane, lo scorso maggio. All’inizio, molte erano le cose che mi spaventano. Eppure, man mano che i giorni passavano, gli scatoloni del trasloco si svuotavano, gli spazi mi diventano familiari e le luci diventano quelle giuste. Non è stato semplice. Sono stata per 28 lunghi anni la figlia di, per poi diventare subito la moglie di e la madre di. Non ho mai avuto la possibilità di essere consapevole di me stessa, dei miei pregi, pochi e dei miei limiti, infiniti. Questa casa è stato un dono.La mia palude, solo mia. In questa casa è iniziato il mio viaggio e lungo il mio tragitto, ho stilato una lista semiseria, di tutti quei momenti nei quali avrei, d’istinto, voluto un uomo accanto, ma a ben pensare, anche no. Alcune di voi, probabilmente, avranno avuto le stesse epifanie.
• Quando compri l’acqua e ti tocca portarla su. Tranne poi, che un uomo, 80 volte su 100, te la lascia all’ingresso e, alla fine, ti incazzi peggio, perché pensi, cosa diamine ti costava mezzo metro in più? A quel punto, ti compri l’armonizzatore T-sonik, come ho fatto io e l’acqua, non la compri proprio più.
• Portare la spesa in casa. Duecento buste, che segano le dita della mano e bloccano la circolazione. È un punto dolente, lo riconosco. Pensa positivo. Questa, è l’occasione in cui puoi imparare a fare la spesa. La regola principe è super semplice: se pesa, non lo vuoi.
• Riporre le decorazioni natalizie sopra l’armadio. Certo, è altamente probabile, che un uomo trascorrerebbe i tre minuti netti dedicati alla suddetta operazione, lamentandosi perché hai osato smuoverlo dal divano quando tu, nel frattempo, hai smontato l’albero, riposto le palle del Natale, ogni anno più grandi, delicate e, inesorabilmente, rotte e messo via le lucine. A quel punto, bimba, fatti un piacere. Chiama un’amica e fatti dare una mano. Stai pure certa, che lei lo farà volentieri senza emettere sbuffi e, dopo, avrai compagnia per un aperitivo.
• Piegare le lenzuola. Ok, questa all’inizio la risolvi appallottolando, poi, come per il resto delle cose della vita, impari che tutto, anche piegare le lenzuola, lo puoi fare da sola, basta sapere come. O così, o vai su youtube, che un video tutorial lo trovi. Sicuro.
• Cambiare il copripiumino di Ikea al tuo letto. Come sopra, ma molto, molto peggio. Amica, su questo punto, fai pace col fatto che lo metterai una merda e dovranno passare almeno due notti, perché il piumino si distenda per benino. Accendi i termosifoni e non ci pensare. O, ancora, metti un pigiama più pesante. Vedi? Hai infinite, altre, possibilità. Ancora, non ti serve, per forza, un uomo. PS i disegnatori di Ikea sono delle vere merde.E sono tutti uomini. Per forza. Il Nord Europa paritario, vive senza ombra di dubbio, fuori dalle camere da letto.
• Riscaldarti i piedi appena entrata nel letto. Riconosco che su questo ci sto lavorando. Avevo pensato di comprare lo scalda-sonno, ma mi piace entrare nel letto freddo e poi riscaldarmi pian, piano. Per ora uso la tecnica Dog-Heater. Prendo il mio cane e lo metto ai miei piedi. Non è lo stesso. È vero, riscaldo un po’ i piedi, ma non saprei spiegare perché, si ghiaccia un poco il cuore. Ma sono ancora in via sperimentale.
• Quando devi portare il cane a fare pipì alle 7 di mattina e non vuoi lasciare tua figlia di 5 anni da sola in casa. Ecco, in quel caso farebbe comodo un uomo in casa. Lui potrebbe portare giù il cane e tu, per gentilezza, preparargli il caffè. Ma nella realtà dei fatti, è altamente probabile, che l’uomo starebbe nel letto a dormire, mentre, tu porteresti il cane giù, quindi, fai come ho fatto io, educa il tuo cane a pisciare dopo le 9 del mattino.


Vedi amica, dal punto di vista pratico, ti puoi bastare. Anzi, dal punto di vista pratico, è senz’altro così. Non è questione ipotetica questa. Certo, è più difficile, ma non è impossibile. La storia per la quale devi essere suffisso di qualcuno, è una bugia che ti hanno raccontato fin da piccola, per vederti camminare dritto senza troppi scossoni. Probabilmente, avessero capito fin da quando eri piccina, il turbamento inenarrabile che sei, ti avrebbero evitato tanti errori. Il casino vero è quando, capito chi sei, individuato dove vuoi andare, annusato il profumo che ti richiamerà sempre, incrociato lo sguardo giusto e ascoltato quella voce che non potrai più dimenticare, dovrai trovare il coraggio di rimanere fedele alla donna che sei diventata a casa tua, nella tua palude. Dovrai trovare la forza di non perderti, di non snaturarti mai più. Di non mortificare te al prolungamento di un altro essere umano, ma soprattutto, dovrai essere così coraggiosa da aprire la porta della tua palude all’orco giusto, quello che sovvertirà ogni singolo punto della lista semiseria e ti farà rivalutare l’intera categoria uomini. Allora, amica, rischierai il paradiso in terra. Ma fino a quel giorno, continua a cercare, non ti fermare a guardare il primo principe, ne hai avuti a sufficienza e, alla fine, sono tutti rospi! Cerca l’orco, cambia gioco. Non sei una principessa, non hai bisogno di un principe, tu!

Arriverà, quel momento arriverà, ora però, chiudi la porta di casa e goditi il silenzio della tua palude.
Te lo sei guadagnato.

mercoledì 10 gennaio 2018

Fenomenologia del Ser e dell'Estar nella lingua spagnola e, come applicarla, al concetto di Amore.

L’amore non basta. Non so più in quante lingue, ci sia ancora bisogno di spiegare questo semplice assioma.
L’AMORE NON BASTA, o se preferite, L’AMORE FINISCE, o più cinicamente, L’AMORE NON ESISTE DOPO I 20 ANNI. Smettiamola di stare a pettinare le bambole.
L’amore, come ce lo raccontiamo, non esiste. Quello, al limite, si chiama innamoramento e, i cervelloni del MIT hanno anche già dimostrato, che dura al massimo un paio di anni.

Amici, siamo italiani, la nostra lingua è tra le più variegate e perfette al mondo. Usiamo i termini giusti.
Un uomo meraviglioso, una volta mi ha detto: la differenza che corre tra amare ed innamorarsi, è, esattamente, quella che corre nella lingua spagnola tra il verbo Ser e il verbo Estar. Entrambi, possono essere tradotti con il nostro essere, ma nella realtà, in spagnolo, l’uso del verbo essere segue due rigide vie, quelle, appunto, di ser y estar. Per un italiano, questo è il punto più problematico della grammatica spagnola. Estar, è transitorio. Oggi è così, domani non si sa. Ser, invece, è imprescindibile dalla tua condizione di essere. È intrinseco al tuo nucleo. Definitivo.
In questa metafora, innamorarsi è temporaneo, è figlio dell’estar. Oggi, ora, qui. Domani? Amare, presuppone, agli occhi di un italiano, la stessa perentorietà del verbo ser per uno spagnolo. Così è e così sarà, per sempre. Curioso che per gli spagnoli però, si dica solo- estar enamorado e mai e poi mai, soy enamorado, perché, quando anche duri molto a lungo, alla fine questa condizione perirà. Ed è ancora più paradossale, che una delle caratteristiche più definitive di noi umani, la morte, sia, in spagnolo, comunque, sorretto dal verbo estar. Si dice, -està muerto e non, -es muerto. Forse, avrei dovuto rispondergli così.

In ogni caso, non so se sia davvero come diceva lui. Me lo chiedo ogni giorno. Ovvio, sarebbe bello pensare all’amore come un porto sicuro dal quale non esci più, ma mi sembra, mio malgrado, un’idea bizzarra. Intrinseco. Che appartiene alla cosa in sé. Che entra nella sua essenza, che procede dalla sua intima natura. Ah certo, certo, come se a 35 anni fosse davvero possibile trovare qualcuno che procede dal suo nucleo al tuo nucleo in un processo di quasi metempsicosi senza snaturarsi! Come se a 35 anni, uno davvero può andarsene a giro per il mondo, sperando di incontrare uno/a che ti comprenda al di là di sé stesso. No, dico, ma siete seri?
Almeno nella temporaneità dell’estar, che a un italiano ricorda più lo stare che l’essere, definiamo una condizione che, nel momento stesso in cui la enunciamo, è vera al 100%. Sono innamorata di te e, in questo momento in cui te lo dico è: liberatorio, vero, profondo, devastante, doloroso, appassionato e forte. Per paradosso, mi è quasi intrinseco. E boom, bada come ti risolvo l’amore!
L’importante, sarebbe conservare l’onestà intellettuale di non promettere.

Le promesse sono arme letali. Uccidono il sentimento, violentano il desiderio perché, sottintendono un senso di responsabilità del quale, le nostre vite di adulti, sono già fin troppo impregnate. Per questo, l’amore dopo i 20 è una leggenda. A 35 anni, non è come quando a 20 anni sei responsabile solo per te stessa e, a dirla tutta, se si osserva, per esempio, la mia vita a 20 anni, neanche tanto. A 20 anni per sempre è davvero per sempre. A 20 anni per sempre è l’unica condizione che ti sembra possa avere senso nel tuo sentimento. Perché ami davvero. Sei nell’essere, nel ser. È un amore intrinseco, totalizzante. È definitivo, tranne poi, inevitabilmente, finire, perché siamo umani. Ma quel per sempre è, per sempre, dentro te. Non è forse vero che il primo amore non si dimentica? A 25, hai preso qualche batosta, ma ci credi ancora, perché Jane Austen ha creato quel cazzo di Mr Darcy e tu non puoi rinunciarvi. A 30, inizi a pensare che, forse, per sempre no, ma almeno un paio di anni. A 35, sei mesi ti sembrano la promessa di fedeltà di un uomo, che davanti a Dio, ti giura di amarti fino alla morte; lo guardi mentre ti offre il caffè e pensi: che si fa? Si fa? E il tuo per sempre, si ferma in quel bar, a baciare quella tazzina di caffè fumante, perché all’uscita non sarete già più gli stessi. Sì, è così. Non provate a negarlo. L’amore a 35 anni è tutto un: “Ascolta io ho da fare, che fai mi cammini accanto sì o no? Perché io non ho tempo e voglia di fermarmi a guardare se ci sei o sei caduto”? Ci camminiamo accanto. Non insieme. Il problema del camminare accanto a qualcuno è che, il percorso può essere meraviglioso, a patto che si mantenga lo stesso passo, lo stesso ritmo. Spesso però, accade che uno dei due inizi, a camminare a passo più svelto o, che l’altro inizi a rallentare, quello che conta, è che il ritmo dei passi non è più dettato in due tempi armonici, ma diventano due assoli e, allora, camminare l’uno accanto all’altra, non ha più senso.
Il problema delle relazioni, di quelle in cui ho sempre vissuto io, è questo. A voler proprio essere onesti, non è che possa biasimare chi ci ha provato a restare nella mia vita.
Il problema delle coppie nelle quali esisto io, sono, appunto, io. E non è che voglia fare la maledetta a tutti i costi. Non è che io cerchi una scusa da- ”ti lascio, perché ti amo troppo” no, è, piuttosto, una sopraggiunta consapevolezza di chi sono. Uno straordinario, tanto atteso, dono del 2018.

Vedete, sono una persona più comune del normale. Molti di voi si ritroveranno in quel che sto per dire, il problema, quello che mi rende patologica, è come reagisco alle mie stesse azioni.

In campo sentimentale, ho una pessima abitudine, lego a me i cuccioli randagi; di base, perché sono una randagia anche io e per la proprietà commutativa non riesco a vedere altri risultati se non randagio+randagia= piccolo randagio non più randagio.

Li prendo dal ciglio delle loro vite, li faccio entrare nella mia, poi prendo il mio cuore per intero e lo metto al centro perfetto delle loro mani. Lo faccio con scienza. Lo faccio per renderli consapevoli che anche un randagio, può prendersi cura di un cuore e, in quel momento, ci credo. I miei bisogni si allineano ai loro. I miei desideri si nutrono e si amplificano attraverso i loro. Ogni volta, ogni singola volta, che ho lasciato entrare un uomo perché mi sembrava abbastanza irruente da volermi con l’energia giusta, alla fine, è stato così. Non sapevo quale “cammino di fede” avremmo intrapreso insieme e viaggiavo nella nostra relazione nella totale inconsapevolezza di me e di loro. Il conto, inutile a dirsi, mi è sempre stato presentato alla fine. Salato. Il casino, è che quando vivi per dare agli altri quel che vogliono o, quel che tu credi sia giusto loro vogliano, arriva sempre il momento in cui, quella cosa gliel’hai data, o se la sono presa e tu, non puoi fare altro che domandarti – e ora? Ed è come un ceffone in pieno volto.
Come un interruttore delle tue emozioni, che quando incontri il randagio lo spegni perché –ho già l’empatia che me ne faccio anche delle mie emozioni? Poi quando lo riaccendi (e lo riaccendi sempre, fidatevi) tutto torna in memoria come un boomerang; ti guardi da fuori e ti domandi- ma dove diamine ero?

Metti i ricordi emotivi in fila. Uno dietro l’altro. Riprendi coscienza di te e scopri che sei emotivamente vuoto. Scopri che non hai più niente da dire. Ma, a quel randagio, hai promesso castelli e bimbi belli e ora, sei in una situazione che gli antichi romani avrebbero descritto come del cazzum.
Ora è dura, non è vero, dire -amici come prima?

Per questo sono sempre rimasta nello estar enamorada. Forse, avrei dovuto rispondergli così.

Il problema con quelli come me, è che noi diamo, ma non prendiamo, perché ci sentiamo dei cazzo di super eroi. Siamo mossi da due motori e solo due: orgoglio e dignità. Questo, ci impone di pensare che, chi ci sta di fronte, sappia chi siamo e cosa vogliamo. Ve lo ricordate quello che vi ho detto all’inizio di questo lungo, estenuante post? Dove lo trovi a 35 anni uno capace di comprendere tu chi sia al di là di sé stesso? Ecco, il problema di quelli come me, è che noi, invece, vogliamo quel tizio lì. E siamo così occupati a risplendere, a fare le meraviglie nelle vite altrui, che non ci occupiamo di fare conoscere noi stessi a chi ci sta di fronte. Li ascoltiamo, li nutriamo, realizziamo le loro grandezze e li facciamo rimbalzare sulla scocca più esterna di noi.
L’orgoglio dell’essere sempre magnifici ce lo impone. Se non chiedi, anzi, se non fai le domande giuste io non ti dico chi sono perché, allora, non ti interessa. Ma ci interessa, è chiaro come il sole. Ci interessa che vogliate sapere. E forse a voi interessa, ma non come noi vogliamo che vi interessi, con la fame di sapere ogni singolo elemento di noi. Con la possibilità di sentirci vivisezionati. Messi sotto il microscopio, perché sei il più magnifico rompicapo che mi sia mai capitato. Con la possibilità di sentirci inseguiti, ma non braccati. Con la possibilità di tacere e di avere la certezza di essere compresi. Con la possibilità, di smetterla di dover dire, - estoy enamorada per poter dire, una volta, almeno una volta, - te amo.

E, sì, non ho detto te quiero, di proposito. Forse, avrei dovuto rispondergli così.

martedì 2 gennaio 2018

La spada nella roccia, ovvero, come riconoscere il tuo scudiero durante il 2018

"Si narra che un dì l'Inghilterra fiorì
di audaci cavalieri;
il buon re morì senza eredi e così
agognaron tutti al poter.
Soltanto un prodigio poté salvar
il regno da guerre e distruzione:
fu la spada nella roccia che un bel dì
laggiù comparì"


Ma senza andare troppo lontano, amica, dal nostro comodo divano, iPhone alla mano, chiama qualche altra ragazza e prova a seguire il mio ragionamento.
Lo so, oggi è 2 gennaio e ti starai chiedendo, quale proposito attuare nel nuovo anno, dei mille pensati. Alcune di noi resteranno le stesse di sempre, al limite, che cambi il mondo, giusto? Altre come me, saranno da due giorni a stilare, con la propria migliore amica, liste infinite di buoni propositi, o come li chiama la mia Giulia, decreti legislativi del nuovo anno. E, amica, credimi, non ha scelto le parole a caso. Quello che stai per leggere, è un brevissimo compendio sulle scelte sistematiche, che dovrai compiere quest'anno. Chi la conosce, sa a cosa mi riferisco. Giulia è una psicologa. Ma dire psicologa, quando si parla di lei, è un tantino riduttivo. A me piace più pensare a lei, come una cardiologa delle emozioni. Lei sta. Nel bel mezzo delle emozioni lei ci sta e non per scelta, quanto, piuttosto, perché non può farne a meno. Se avete voglia di conoscerla, immaginatevi un fiore, ma non una rosa da giardino inglese, o una semplice margherita di campo bella perché è bella come il sorriso di un bimbo. No, Giulia è bella più della norma, perché lei se l'è guadagnato il diritto di essere bella. E' una yogi della bellezza, in perenne contemplazione della vita e dei suoi paradossi. Se deve essere fiore, lei per me è un cazzo di papavero di campo: selvaggio e aristocratico, che lo vedi spuntare dalla giacca di un dandy o, un fiore di loto, che sta ritto ed orgoglioso sul baratro di un acquitrino. Ecco, una mente così ha pensato con me, ai decreti legislativi del 2018: come sopravvivere ad altri 365 giorni, di doppie spunte che non diventano mai blu.

Decreto legislativo (da ora in poi DL ndr) 1/18 STAI FERMA. Smetti di fare tutto tu. Siediti e guarda. Fai fare a lui. Non servigli sul piatto d'argento: risposte, parole, gesti e finanche il tuo cuore. Smetti di controllare quel cazzo di whatsapp. Non rileggere più le conversazioni, tanto non cambiano. Serve solo a farti del male e lo sai. Se davvero ti vuoi bene, entra nella privacy e nascondi la notifica di lettura. Te lo meriti il doppio brivido del mi avrà letta/o? Liberati, almeno in parte, del controllo del mondo sui tuoi tempi di digestione di un'informazione e di reazione. Ti chiameranno snob. Sappi che è un maledetto complimento.

DL 2/18 Non aver paura di cercare. CERCA, è il tuo mantra del 2018. Cerca, cerca, cerca. Cerca te stessa prima di saltare da una storia a un'altra, prima di rimbalzare da un uomo all'altro o rischierai, di non sapere mai se quello che vuoi, è il risultato di un tuo desiderio o, piuttosto, della tua voglia di libertà. Cerca il tempo di conoscere l'essere umano che sei. Non avere timore della solitudine, al contrario, cercala; apprendi l'arte del silenzio, perché l'amore parla piano, non urla mai, occorre avere un buon udito.

DL 3/18 esci dalla tua zona di conforto, ORA. Accetta il rischio di non essere apprezzata, non combattere il vecchio e saggio detto, secondo cui, non puoi piacere tutti. Fai pace col fatto, che ad alcuni, non piacerai e questo, non ti riguarderà minimamente. Non sforzarti. Esci dall'idea di essere in performance tutto il tempo o, alla fine, lo stress ti consumerà e ti troverai, ancora una volta, a dover chiedere scusa per essere tu, quella a non amare più.

DL 4/18 Smetti di aprire la porta, amica. Tu sei il tuo tempio. Decora le tue stanze con cura. Resta chiusa dentro te a doppia mandata, "in-svelata" il tempo necessario a comprendere chi ti sta di fronte. Datti davvero la possibilità di conoscerlo. Non sei quella stronza di Rapunzel. Non sei prigioniera in una torre e non hai lunghi capelli da sciogliere a quella faccia di criminale perché ti porti via. Se non ti piace dove sei, spostati. Non sei un albero. Aspetta seduta sul tuo di divano. Indossa le tue scarpe migliori, versati da bere e guardalo, mentre ti chiede di conoscerlo. Gli stai facendo un cazzo di regalo. Non lo dimenticare. Non capita tutti i giorni di conoscere TE. Lascialo sulla porta. Prenditi il tempo che ti serve per capire cosa offra. Se andrà via prima che tu capisca, saprai che non aveva doni per te. Forse, li conservava per qualcun'altra. E, solo quando sarai pronta, se mai tu dovessi esserlo, invitalo ad entrare. Se entra a piedi scalzi, è quello giusto. Ricorda amica, che sei tu la padrona. Lui è l'ospite, che tratti, dunque, i tuoi pavimenti, con rispetto e delicatezza. Specie quello pelvico, ché noi si sa bene, che è proprio da lì, che si comprende un ospite e le sue intenzioni.

Avevamo iniziato questa chiacchierata così, te la ricordi la spada nella roccia? Ti ricordi di Semola, il giovane scudiero senza la minima fiducia in se stesso? Il giovane ciondolone dagli abiti troppo grandi per lui, lo sguardo da sognatore e mille domande per Merlino ed Anacleto, il gufo?
In quanti avevano provato prima di lui ad estrarre la spada dalla roccia?
Alti, aitanti, valorosi, mercenari. Tutti ci avevano provato. Nessuno vi era mai riuscito. Poi, un giorno, senza alcun preavviso, senza fanfara o corteo, senza armatura, arriva lui, Semola. Un pò di furia, a dirla tutta. Ha bisogno della spada per il cavaliere, suo padrone e, con un unico, semplice gesto, naturale come quello che compiamo per bere, egli estrae la spada dalla roccia. La purezza del suo cuore e la generosità del suo gesto gli erano bastate. Le sue intenzioni. Le intenzioni muovono il mondo, amica. L'intenzione di far del bene. L'altruismo di un gesto disinteressato. Così il giovane scudiero Semola, diviene Re Artù, il re magnanimo e coraggioso.
Ecco, noi donne siamo come quella roccia. Prova a pensare alla stanza di cui parlavamo prima. Pensa al tuo cuore e pensa alla tua stessa sessualità che è il dono più intimo di te che potrai mai fare. Lo so, troppo spesso non ci pensiamo.

In quanti sono passati per quella stanza? In quanti, quella porta che tenevi sempre, o, troppo aperta, o, troppo chiusa hanno pensato di doverla sfondare? In quanti, ti hanno convinto che nella forza che impiegavano su di te, risiedeva lo spessore della loro passione e dell' interesse e, non la solitudine dei numeri primi, che hanno terrore a restare soli e nutrono, la necessità di sentirsi proprietà di qualcuno e, al contempo, padroni di quel qualcuno per dirsi vivi?
In quanti ti hanno trivellato con lo stesso impeto cuore e vagina, come se dovessero ricercare amore o petrolio, per loro fa lo stesso.
Quanti condottieri e valorosi guerrieri si sono nascosti dietro la forza e l'orgoglio, facendoti sentire, non si sa bene perché, sbagliata?!
In quante occasioni, hai dovuto abbassare l'asticella e hai rinunciato a cercare un uomo che saltasse, invece, al tuo livello?

E se un giorno dovesse arrivare il tuo Semola a dimostrarti, quale prodigio, quale meraviglia sei?
Se un giorno il giovane Semola dovesse bussare alla tua porta, saresti in grado di lasciarlo entrare? Perché, amica, il rischio è che, nel passare da un prode guerriero ad un valoroso cavaliere, noi ci si faccia sfuggire il giovane Re Artù. L'uomo capace di farci fare click senza imprimere la minima forza.

Lo so, non è semplice dopo i 30 stare ferme ad aspettare che Semola arrivi. Siamo adulte finite e compiute. Siamo quelle del 33, 33 3 33 (vedi post dell'otto dicembre scorso ndr). Soprattutto, non è così sottinteso che noi si sia pronte a lasciare entrare Semola, con il suo carico emotivo impossibile da gestire. Impegnativo, autentico sempre lì a farci domande. Eppure, Merlino dice a Semola/Artù

-Vedi giovanotto questa faccenda dell'amore... è una cosa potentissima!
-Più forte della gravità? Chiede Semola/Artù
-Bè, sì figliolo, in un certo senso... io direi che è la forza più grande sulla terra!

E aveva ragione, Merlino. L'amore, alla fine, può tutto per questo, il mio augurio per il 2018 è che tu riesca ad attuare almeno il

DL5/18 LASCIA ENTRARE L'AMORE. Riconoscilo, è facile. Sembra, che sia negli occhi di chi ti chiede il cuore e poi lo tiene tra le mani come fosse il tesoro più inestimabile di tutti i tempi. Se ne prenderà cura, abbi fede. In fondo, lui è Semola e Semola, è Re Artù.

venerdì 29 dicembre 2017

Sul Natale appena trascorso e la Medusa del Caravaggio.

Anche questo Natale, è passato. Anche questo Natale, come da tradizione, mi ha portato disastri, malumori e disincanto. Anche questo Natale, mi ha interrogata a fondo, per trovarmi, desolatamente, impreparata. La domanda, sempre la stessa: sono in grado di amare, veramente?
Non è che non ci provi. Non è che non mi emozioni vedere due persone restare anche quando la vita puzza e la fuga, sembra l’unica scelta sensata. Piuttosto, è la mia urgenza di essere compresa che viene, puntualmente, disattesa, nonostante, la mia ossessiva ricerca delle parole adatte.
La cosa più giusta, sarebbe presentarsi con il proprio carico, ben visibile, sulle spalle. Tutto in bella mostra. Esporlo alla luce senza paure, con orgoglio. Denudarsi. È una parola che amo particolarmente. Spogliarsi degli orpelli che ci rendono Belli (chi mi conosce capirà). Smettere di dire le parole giuste. Dimettere gli abiti che ci fanno monaci e restare in piedi in tutto il nostro peggiore orrore. Bisognerebbe, avere la possibilità di dribblare l’intera faccenda del conosciamoci meglio, un passo alla volta, un errore tira l’altro; tanto non ci si conosce mai abbastanza per non smettere di amarsi. Bisognerebbe, poter arrivare con tutti i demoni che ci escono dal capo, come fossimo tutti la meravigliosa Medusa del Caravaggio e, presentarli uno ad uno. Sgranarli di fronte allo sconosciuto, come il più sacro tra i Rosari. Allora, probabilmente, andrebbe così:

-Ciao, ti ho visto da lontano e ti ho riconosciuto. Ti voglio, ti voglio da morire, ma ecco qui il problema, la mia vita è un cazzo di labirinto e sono ricoperta di cicatrici che via, via si rinfuocano e bruciano. C’è questa abitudine che ho di sopravvivere ogni volta. Sono un’unità finita, è inutile che cerchi di completarmi. Sono la peggiore persona che tu possa incontrare. Sono nevrotica, soffro di una rara forma di incontinenza verbale, tradisco me stessa ogni tre minuti, ho una famiglia complicata, per usare un eufemismo, che succhia via ogni mio tentativo di emancipazione. Sono una maniaca del controllo, mangio male. Bevo troppo, lo dice sempre, anche, mia madre. Sono sfrontata. Dico cazzo ogni due parole. Cerco giustificazioni per ogni mia cattiva azione e, credimi, ne compio tante. Costruisco divinità e le distruggo come il Lupo con la capanna dei Tre Porcellini e tu, ti sentirai spesso smarrito per questo. Sono brava a venderti fumo, mentre credi di stringere l’affare della tua vita. Non credo nei compromessi. Prometto e non mantengo. Sono il genere di persona che non capisce quello che sente, anche quando il cuore glielo scrive a caratteri cubitali in volto. Per paradosso, potresti essere l’amore della mia vita, io continuerei a non capirlo, solo per poi averne un leggero sentore, un attimo dopo averti perso, per sempre. Sono infedele nel Dna. Vivo con le valigie fatte perché non so mai quando uscirai dalla mia vita. Non ho paura di ballare da sola. Trascorro la maggior parte del mio presente e del mio futuro, a cancellare il mio passato e, non so se possa interessarti, ma non potrò mai essere tua, perché sono di tutti. Sono Michela Belli e, quindi, devo concedere alle persone tutto quello che vogliono. Non chiedermi perché. Mi è impossibile il contrario.
Ora, posto che, solo un eroe resterebbe, uno dal cuore più puro della norma, a quel punto, sarebbe normale essere oscuri, sempre, anche quando il mondo ti intima di sorridere e cantare Bianco Natale. A quel punto, sarebbe normale, restare nella propria zona di conforto al buio, su un divano, seduti l’una accanto all’altro, i corpi distanti, le anime, in silenzio, avvinghiate a sudare l’ amore. Basterebbe andare in giro con un cartello parlante con su scritto GIORNO OSCURO e il nostro eroe capirebbe che a Natale, tu non puoi essere normale.
Che utopica idea di libertà, vero? Che idea di perfetta felicità è mai questa, non è vero, amiche?
Invece eccomi qui, fuori dalla mia zona di conforto a dover parlare e dare spiegazioni. Mi vengono poste, continuamente, domande alle quali non so dare una risposta, perché le uniche certezze che ho, riguardano me, la mia leggendaria incapacità di prendere la giusta decisione. Perché so che sono una che: l’amore dura tre anni, se non cachi prima le farfalle. E allora mi dico che Natale è andato. Anche quest’anno ce l’ho fatta. Il 6 gennaio è dietro l’angolo, basta stare in apnea un’altra settimana e poi, tornare alla mia immobilità, al mio controllo. Fuori dalle emozioni, che quelle non fanno per me. Mi travolgono, sempre. E conto lentamente le parole già dette, sono ancora lì con te, tra il palato e la gola e mi ricordo di quando Lev Tolstoj ha scritto: “Non è per te questa felicità. Questa felicità è per coloro che non hanno quel che c’è in te”.

Buona fine e buon principio.

giovedì 21 dicembre 2017

Che poi, era peggio se nascevo Cane.

Del Natale odio ogni singola cosa, ma più di tutto, mi fa incazzare sapere che nemmeno questo, è l’anno dei Gemelli. Non ho capito cosa aspettino ad ammetterlo. L’anno dei Gemelli non esiste, vi prendiamo per il culo da 2000 anni. Che almeno uno si mette l’animo in pace e non corre ogni primo gennaio a cercare il tema natale, l’ascendente, le stelle, gli astri nascenti e i pianeti in collisione per scoprire che, anche questo cazzo di anno, è dello Scorpione! E quando non è Scorpione, è Pesci, Bilancia, TUTTI, ma non il Gemelli. Il Gemelli, invece, ha sempre qualche pianeta del cazzo in traiettoria che distrugge ogni possibilità di ciorta. Ci chiamano #gemellimaiunagioia, ma noi non lo capiamo. Sì, perché noi dei Gemelli, siamo come i calabroni della storia di Einstein, che poi, magari l’ha detto sua moglie e ci raccontano che l’ha detto Einstein, perché che ve lo dico a fare?! Ma se avete visto il film della sua vita, saprete che la moglie era un pezzo avanti, giusto per informazione. Comunque, il calabrone è quell’insetto la cui apertura alare non è giusta per volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Ecco, noi dei Gemelli siamo così, non siamo fatti per la felicità, ma la tristezza ci rimbalza e siamo felici lo stesso. Siamo inconsapevolmente felici. Questa inconsapevolezza ci accompagna sempre. Inciampiamo nelle casualità della vita, seguiamo il sesto senso, ci illudiamo di stare in equilibrio e cadiamo, ma ci rialziamo, ogni volta, al tappeto non sappiamo stare.

Siamo come le foglie di Malika Ayane, tremiamo e moriamo un po’ per il nostro stesso cuore, ché lui arriva sempre prima della testa. Lo sappiamo, ma siamo terribilmente testardi, cerchiamo di smentire ogni dannata volta quello che il cuore ci sussurra. Vorremmo, terribilmente vorremmo, essere razionali e, a modo nostro, lo siamo, perché siamo cerebrali. Noi l’amore lo facciamo con la testa, il corpo è solo un mezzo.Per questo tradiamo peggio di altri. Il piacere in un Gemelli nasce in un punto preciso del cervello, nella sfera del linguaggio e della comunicazione. Siamo di quelli che per un congiuntivo sbagliato chiedono il divorzio, per dire. Di quelli che per un complimento ben pensato, uno di quelli che, quando li senti, bruci in un secondo, uno tipo: sei bella e ingiusta, non dormono per un mese, per dire. Perché in quell’incantevole ossimoro, c’è tutto del Gemelli, il sacro e il profano, il bello e il brutto, la vanità e l’interiorità, l’egoismo e l’empatia. Vorremmo essere titanici, ben saldi sui nostri piedi e, invece, siamo condannati alla tempesta. Per questo la gente ci sta intorno, vogliono salire tutti sulla nostra giostra emotiva, provare l’ebbrezza delle nostre montagne russe; finita la corsa tutti via. C’è forse da biasimarli? È complesso da queste parti. Vogliamo l’amore, ma vogliamo essere liberi. Vogliamo la libertà, ma ci sentiamo deprezzati e sviliti, se non siete gelosi fino al midollo di noi, del nostro corpo, del nostro odore, delle nostre parole, del nostro passato e più di ogni altra cosa, del nostro cervello. Se sei così coraggioso, da volere un Gemelli, devi prenderti il suo cervello, il cuore seguirà. Vogliamo la gelosia, non il possesso, perché, se davvero vuoi un Gemelli, lo devi adorare quando è libero, o lo perderai. Non te ne accorgerai. Sarai convinto che sia tutto nella norma, ma nel frattempo quel Gemelli starà distruggendo la tua immagine ai suoi stessi occhi. Brandello dopo brandello, non resterà granché della divinità che ti aveva fatto diventare. Un giorno lo guarderai e capirai che lui è già altrove. Altrove è la nostra dimensione. Qualcuno, mi ha chiesto, ma poi, altrove dov’è? Ci sei stata? È bello lì? È stata la risposta più difficile, alla domanda più complessa, che mi sia stata mai posta, ma alla fine, ho risposto. Credo. Spero. Io vivo in due mondi. Quello in cui sono e quello in cui vivo. E non posso vivere dove sono, perché è un cazzo di casino. L’età adulta sta nel bilanciare i due mondi. A 30 credevo di aver trovato il giusto ago della mia bilancia, mi sbagliavo. A 35 con una nuova vita tra le mani, credevo di aver capito, almeno, io chi fossi e che potevo camminare saltando di palo in frasca tra l’altrove e il qui. Un computer su cui scrivere di altrove, un lavoro nel qui e nell’ora. E, indovinate? Anche quando sono qui, penso ad altrove. Se avete un Gemelli nella vostra vita, provate a fargli la stessa domanda. Sono sicura che questo post, che ai vostri occhi apparirà come sconclusionato e a tratti esagerato, a loro sembrerà ordinaria amministrazione. Siamo fatti così, una valanga di emozioni difficili da gestire, per usare un eufemismo. No, non siamo per tutti, è vero. Non siamo di quelli che si comprano con poco. Siamo bravi a farvi credere di essere della scuola unicorni e arcobaleni, quando la verità è: siamo perversi nella magistrale capacità di prendere, sempre, la scelta più sbagliata possibile. Non è che non la vediamo quella giusta, è proprio che non ci interessa. Sistematicamente noi dobbiamo complicare il pane. Ancora vi chiedo, c’è da biasimarvi quando scappate?

Insomma, io i pianeti in collisione con il mio oroscopo, li capisco. Ci sono giorni in cui mi sveglio come Cenerentola, canticchiando con gli uccelli e usando gentilezza verso ogni essere vivente, poi un coglione mi taglia la strada, mentre sono in ritardo per portare mia figlia a scuola ed è come, se un asteroide dallo spazio, si mettesse nella traiettoria esatta del mio giramento di palle. Ora se calcolate che un anno è fatto da 365 giorni e che ogni giorno un coglione almeno lo dovrete incontrare, vi toccherà iniziare almeno un giorno senza caffè perché avrete dimenticato di comprarlo (questo poi, dove siete causa del vostro male, vale come doppio giorno di merda), sarete fagocitate da un gruppo whatsapp dal quale vorrete disperatamente uscire (questo vale tre giorni di merda), vi innamorerete quando pregavate che non vi accadesse mai più, sarete al settimo cielo per suddetto amore, poi l’amore finirà perché ci sarà qualche congiuntivo sbagliato di troppo, o l’amore non finirà, ma si complicherà e vi asfissierà e vorrete la fuga, e poi la fuga non era quello che volevate e poi altrove, altrove, altrove capirete perché, nemmeno il 2018 sarà l’anno dei Gemelli, amiche. Facciamo pace col fatto che, siamo destinate ad arrancare nella nostra inquietudine e vedrete che questo, non sarà il nostro anno in termine di oroscopo, ma sarà senz’altro l’anno della nostra consapevolezza. O questo, o trasferiamoci tutte in Cina e perculiamo l’oroscopo occidentale. Che poi, non so voi, io sono Cane e tutto quello che so di questo segno, è che il 2017 non era un buon anno e per il 2018, ho già controllato il tasso di cambio Gemelli/Cane e le previsioni sono funeste, con una stellina solitaria in ogni dove: amore, lavoro, fortuna e, anche, salute.

Le ovvietà, anche in Cina.

Che poi una dice, accontentati dell'enneagramma dei caratteri della Gestalt.

Altra, breve, storia triste.

Sono un due.

Fine.

Ciao.

domenica 17 dicembre 2017

Supereroi e vino rosso

Avevo detto che non avrei parlato dei miei vuoti emotivi, ma più vivo, più mi sembra chiaro che, ognuno di noi, è la somma dei propri vuoti. Vuoti emotivi e vuoti che derivano in maniera direttamente proporzionale, da loro. Prendiamo l’annosa questione Michela e la maternità. Essere cresciuta con la sindrome dell’abbandono, mi ha resa una donna perennemente in fuga e diventare madre mi ha, invece, inchiodata a quest’altro essere umano che in simultanea, dipende da me e ha il potere, di fare di me ciò che vuole. Io sono sua. Vorrei poter dire che questo la renda infinitamente ricca, ma per quel che so, valgo poco e lei non lo immagina nemmeno lontanamente.
Della maternità mi fa terrore tutto. Soprattutto, questa sensazione angosciante del camminare costantemente con il cuore pulsante fuori dalla gabbia toracica. Mi fa sentire terribilmente vulnerabile. Oscillo tutto il tempo tra questi due poli, liberare la meraviglia di V e regalarla al mondo, o, rinchiuderla di nuovo nella mia pancia, lontana il più possibile dal mondo e le sue brutture. Riunire il suo respiro e il battito del suo cuore al mio. Il problema principale è smettere di sentirmi un’imbrogliona. Lei mi guarda, mi ama e corre leggera ché la sua mamma sa tutto di tutto, la sua mamma può curarla da tutte le bue e, invece, no. La maggior parte del tempo, ciondolo per la casa senza avere la minima idea di quello che sto facendo. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarla. La paura dell’ammaccarla mi viene dal primo cambio pannolino, da allora, è cambiato tutto intorno a noi. È cambiata V. Sono cambiata io. Ho stravolto innumerevoli volte il suo mondo e, ancora, ho paura di ammaccarla. È una situazione paradossale perché, più lei mi guarda con quegli occhioni pieni di aspettative, più io mi sento piccola e vorrei scappare nell’angolo più remoto di casa, rannicchiarmi al buio e fingere di aspettare mia madre che torna dal lavoro. Devo, invece, reggere il suo sguardo, così puro e autentico da farmi sentire il peggiore essere umano sul pianeta e devo, mentirle, raccontarle che andrà tutto bene e che mamma ci sarà sempre. Sono le bugie bianche, dicono. Sono le bugie che fanno crescere, dicono. Io non lo so. Chiudo gli occhi e spero di non ammaccarle l’anima.

Mi interrogo molto sul mio essere madre. Non penso di essere adatta al compito. Non me la godo come vedo fare a tante mie coetanee. Tutti concordano che essere madri sia la cosa più stancante di tutte. Per me è più di così. Non è, solo, la stanchezza fisica. Quella non la sento più. Mi sono abituata che, il mio modo d’essere è, ormai, questo: #stancacomelamerda
Invece, il silenzio e il mio mondo interiore, fino a cinque anni fa, più movimentato di quello esterno, mi mancano. È come se vivessi in una schizofrenica sincronia tra azioni, parole e mondo circostante. E, tuttavia, sono in diacronia con i miei luoghi interni. Posso davvero dirmi felice quando non trascorro almeno metà della mia giornata a pensare? Allora, mi sono detta che questa cosa di V e di me che sono sua madre, è una versione alternativa della felicità come me la immaginavo. Certo, quando salta sul divano, quando urla impietosa, quando mi dorme addosso, quando mi impedisce di essere me, altro da lei, mi sembra una versione sadomaso e perversa della felicità così come me la immaginavo, ma non posso dirmi infelice perché, quando mi è lontana per più della normale giornata scolastica, vado in deficit di ossigeno. Quindi è un bel casino. Sono una donna spaccata. E, questa scelta di fare la mamma single, mi rende più spaccata della norma.
Chi come me cresce un figlio da sola, almeno nell’ordinaria amministrazione, sa bene di cosa parlo.

Ci sono momenti che senti che non ce la farai. Ci sono giornate, in cui metti davvero le scarpe nel frigorifero, per parafrasare il paradosso di Fedez, ma poi, in qualche modo, varchi la soglia di casa, tu, le buste della spesa biodegradabili perennemente rotte perché, quelle buone sono, ovviamente, appese accanto alla porta di ingresso, il cane che tira perché sta per morire disidratato anche se ci sono 5 gradi, tua figlia che dice “mamma, ti dico una cosa” proprio mentre il manico della busta sta cedendo e tutta la spesa sta per cadere, la lampadina delle scale che l’amministratore ti ha detto avrebbe cambiato un mese fa e, invece, è ancora spenta, allora prendi il cellulare in tasca, cerchi di far luce con la torcia dell’iphone che di norma è mezzogiorno di fuoco, ma la sera non ha nemmeno l’intensità di una candela e, finalmente, in qualche modo, la chiave gira nella serratura ed è magia, è casa.

V continua a spiegarti che Matteo le ha tirato i capelli. Di istinto, le dici che i maschi fanno così quando una bambina gli piace. Mentre lo dici ti odi, perché pensi di stare perpetrando la violenza di genere su una bambina di 5 anni dandole l’idea che, un maschio è violento se ama. Poi pensi sticazzi, a me dicevano così e mai nessuno maschio ha pensato di sfiorarmi perché, di solito, sei tu, a fare paura agli uomini. Ti dici che sei solo stata fortunata. Allora, decidi di correggere il tiro e spieghi a tua figlia che la violenza non è mai una scelta giusta. Cerchi con le ultime energie della giornata di prepararle una cena decente. Riponi la spesa nei mobili. Il cane deve mangiare, ma non mangia se non ti fermi accanto a lui. Apri un Santa Cristina, uno di troppo, ma di nuovo sticazzi e mentre vai in decompressione col primo sorso, realizzi che anche oggi l’hai sfangata.
La giornata è andata.
Sei un super eroe con una bambina con la pancia piena, il cane pure e un calice di rosso in una mano.